L’assassino ostinato: una sfida linguistica e culturale

Ho appena pubblicato la traduzione italiana di un altro romanzo della scrittrice americana Elisabeth Sanxay Holding finora inedito – The obstinate murderer è il titolo originale – ed è stato una vera e propria sfida.

Pur nella modernità dei personaggi che, ripeto, farebbe tranquillamente pensare che questi libri siano di un’epoca successiva, in questo giallo emergono chiaramente degli elementi che lo rendono figlio dei suoi tempi.

Mi spiego meglio. Senza spoilerare la trama, il giovane protagonista con la spider si lascia andare a un breve sproloquio su come gli “uomini superiori siano sempre meno e dovranno essere più spietati”.

Siamo alla vigilia della seconda guerra mondiale, in Europa i proclami dei nazionalsocialisti tedeschi sulla “razza ariana” e sulla necessità che questa si affermi sulle altre considerate inferiori dominano la scena politica e culturale.

Si spiega quindi facilmente il riferimento dell’autrice e anche la risposta del “detective dilettante” che, seppur con toni moderati, gli mostra il suo totale dissenso.

L’autrice non indugia su questa tematica, ma il riferimento è funzionale alla storia perché questo “delirio di onnipotenza” (termine improprio ma devo cercare di non rivelare nulla!) fa parte di un quadro psicologico molto più complesso che si capirà solo alla fine…

La lingua che cambia

A collection of woven baskets stacked on shelves against a rustic stone backdrop.

L’altro elemento da tenere in considerazione quando si affronta una traduzione è il fatto che tutte le lingue sono in continua evoluzione.

Termini che oggi hanno un certo significato potevano averne un altro in passato e, in questo romanzo, ce ne sono un paio eclatanti. Vi voglio raccontare la “chicca” linguistica più bella. Contiene un piccolo spoiler, quindi se non volete sapere nulla, non continuate a leggere questa sezione e passate oltre!

Alla fine del romanzo, il protagonista dice: He’ll make baskets. Vi chiederete quale sia il problema: nell’inglese contemporaneo, ovviamente si pensa subito al gioco della pallacanestro e non certo al “fare canestri” nel senso della pratica artigianale del termine.

Questo è il primo step: il secondo è capire il riferimento che si cela dietro questa frase, ovvero la pratica diffusa nei manicomi del secolo scorso di fare intrecciare canestri ai pazienti più agitati per calmarli e infondere loro l’autodisciplina necessaria per controllare i propri impulsi.

Nel breve dialogo che segue, si capisce chiaramente che qui non si parla dell’ora d’aria passata a giocare a basket, come si vede fare nelle prigioni in molti moderni telefilm polizieschi, ma di una realtà molto più tragica… È un’immagine “visiva” molto forte a mio avviso.

Ma… e la trama?

È vero, ho parlato essenzialmente di cosa sia il lavoro di traduzione – che non è un mero prendere parole da un vocabolario – e non ho detto nulla sul libro in sé…

È un giallo psicologico, con un “detective dilettante” che interviene per aiutare un’amica che afferma di essere vittima di un ricatto. Lui però non è un professionista e non ha le competenze necessarie per capire cosa succeda in quella casa, tra ricatti, misteriosi malesseri e omicidi.

Anzi, in una delle sue riflessioni, vorrebbe essere uno di quei “detective da romanzo”, come li chiama lui, che sono in grado di mettere ordine ai pensieri e ai fatti in un modo che lui non riesce a fare, avvalendosi dell’aiuto del Watson della situazione.

I personaggi sono pochi e la vicenda si svolge quasi interamente all’interno della casa fino all’epilogo in cui la follia si manifesta in tutto il suo orrendo splendore.

È forse meno intrigante del precedente, personalmente ahimè ho intuito il colpevole abbastanza presto (ma sono un’accanita lettrice di gialli da anni), è giusto il movente che può lasciare perplessi. Ma la mente, si sa, gioca brutti scherzi…

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Buona lettura!

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