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AI: intelligenza artificiale? No, ignoranza abissale.

Nella mia amata città esiste il diritto di “mugugno libero” e intendo esercitarlo in questo articoletto per esprimere tutta la mia insofferenza verso questa espressione della tecnologia moderna che, nella sua forma “linguistica”, proprio non mi va giù.

In questo breve scritto, vorrei segnalare qualche epic fail di alcuni software intelligentissimi utilizzati dal “signor Google”. Prima di entrare nel merito, consentitemi di snocciolare qualche dato sull’azienda, giusto per dare un’idea della potenza economica di questo colosso e della vastità di risorse di cui dispone.

Il signor Google in pillole

Fondato nel 1998, il signor Google ha dunque solo 23 anni a oggi, è ancora un giovincello, ma ha numeri da grande. I dati relativi al 2020 recitano:

181,69 miliardi di dollari di fatturato
40,2 miliardi di dollari di utile netto
139.995 dipendenti
319,6 miliardi di attivo totale di Alphabet, la controllante di Google

Non se la passa male, vero? Sicuramente ha due soldini da parte da investire nei suoi prodotti. Eppure…

Noi volevam savoir l’indiriss…

Avete mai usato la funzione di ricerca vocale di Google con il cellulare? Io no, ma un caro amico mi ha segnalato un paio di chicche che ho verificato di persona rimanendo basita dal risultato.

Se chiedete a Google, ad esempio, “come si dice ferro da stiro in inglese”, la pronta vocina vi risponde: “in inglese, ferro da stiro si DAIS “iron”.

si DAIS???

Ebbene sì, quell’intelligentone di software ha in memoria la parola italiana “dice”, peccato che all’improvviso decida di parlare in inglese ed ecco che esce il meraviglioso DAIS (per i non anglofoni: dice in inglese vuol dire dado e si pronuncia appunto così).

Anche la resa vocale della nostra amata lingua è altrettanto impeccabile (sic!). Sempre questo brillantissimo software legge l’italiano “sarebbe” in un modo pressoché incomprensibile: [sə’raeb] è più o meno la fonetica che ne viene fuori, con tanto di splendida schwa [ə] al posto della a!

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Non si salva nemmeno la musica

Un’altra perla di cui mi giunge notizia riguarda l’errata interpretazione del simbolo # parlando di musica. Ovviamente l’intelligentone di cui sopra dice prontamente “sol cancelletto” ad esempio.

Del resto, chi non ha mai suonato un “sol cancelletto“!

Ma mannaggia la pupazza, il simbolo # è first and foremost il segno del diesis! L’errore commesso è già madornale, nel contesto della notazione musicale è anche peggio!

Contesto è, infatti, la parola chiave: è fondamentale nel tradurre come nel parlare, se non si vogliono prendere cantonate colossali! E nessuno riuscirà mai a convincermi che una macchina sarà in grado di contestualizzare come il nostro cervello.

Ma sì, godiamoci questa splendida foto della campagna inglese così rilassante (con tanto di cancelletto fuori posto pure qui!).

Conclusioni

Nel mio lavoro di traduttrice, devo lottare quasi tutti i giorni con “translation machines” più o meno intelligenti – ovviamente a detta dei miei clienti – che cercano di convincermi della bontà di questi software che traducono cookie con biscotti o quotation con citazione in un preventivo commerciale.

La domanda che mi sorge spontanea, però, è: se nemmeno un colosso con miliardi disponibili da investire per creare prodotti validi riesce nell’intento, vorreste dirmi che società molto più piccole possono riuscirci e che un’azienda può affidarsi tranquillamente a una macchina per far tradurre il proprio sito in una lingua – qualunque essa sia – reale e corretta?

Per dirla con Totò: ma fatemi il piacere!!!

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