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L’anno che verrà tra dubbi e certezze

La fine dell’anno si avvicina ed è un periodo in cui solitamente si fa un bilancio degli ultimi dodici mesi.

Si analizza quanto di buono è successo o è stato fatto e cosa invece è andato storto o sia possibile migliorare.

In questi giorni mi capita spesso di riflettere sul mio futuro lavorativo e le conclusioni che traggo, visto il quadro desolante in cui si sta muovendo l’industria delle traduzioni, sono a dir poco sconfortanti.

Una mia cara collega e amica mi disse già anni fa che il mestiere del traduttore è destinato a scomparire. Se quando lo disse poteva essere prematuro, ora non posso che darle ragione.

Il traduttore inteso come il “professionista che riceve un testo scritto in una lingua e lo traduce in un’altra utilizzando le proprie competenze” è sicuramente un highlander.

Ormai vige la legge della machine translation e all’essere umano viene affidato l’ingrato compito di correggere i “parti letterari” di software che, a detta di chi li usa sono sempre più performanti, ma che invece fanno davvero pena.

Dopo 26 anni di onorata carriera, non accetto che la mia competenza e quanto ho faticosamente imparato in tutti questi anni siano sfruttati per “farsi belli” agli occhi del cliente finale.

Mi chiedi una revisione così buona che il risultato non deve essere distinguibile da una traduzione umana e pretendi di pagarla qualche spicciolo?

No, grazie, preferisco fare altro.

Non è una questione di età e di mancanza di flessibilità, come un titolare di agenzia si è affrettato a dirmi, giudicandomi senza nemmeno conoscermi e provare a capire: è una questione di rispetto, rispetto per me stessa e per il mio lavoro.

Cosa rimane dunque?

Ben poco. Al momento salvo solo due nicchie in cui serve una certa professionalità: la traduzione giurata e l’editoria.

Nel primo caso, chiunque abbia bisogno di un’asseverazione si rivolge a un professionista, che ormai quasi ovunque deve essere iscritto alla Camera di Commercio, all’elenco dei CTU o almeno a un’associazione di categoria per poter offrire questo servizio.

Questo non solo perché il diritto non si improvvisa, ma soprattutto perché credo che nessun traduttore sia disposto ad andare ad asseverare una traduzione fatta da una macchina che non capisce un tubo.

Considerata la responsabilità, mi auguro almeno che sia così.

Certo, il tempo necessario per recarsi in tribunale con orari limitatissimi non è comunque compensato adeguatamente, ma almeno nessuno mi chiede di usare un software.

Beh, diciamo che non ci siamo ancora arrivati: al peggio non c’è mai fine, si sa.

L’altra nicchia interessante in cui mi sono inserita da qualche tempo è la traduzione di libri o manualetti di qualsiasi genere.

Dato che spesso non sono pagati ma si guadagna solo in funzione delle vendite – il cosiddetto revenue sharing – per ora mi limito a ricorrervi solo quando non ho altro da fare.

Devo ammettere però che mi sta appassionando sempre più.

Sicuramente preferisco tradurre al buio che correggere gli obbrobri della traduzione automatica, di cui vi mostro un esempio fresco di giornata:

Ho oscurato il nome dell’azienda perché credo si debbano solo vergognare.

Un colosso del genere che parla di informazioni sottomesse e di processare i dati: chissà se questi dati verranno poi assolti o condannati…

Conclusioni

Lo so, questo contenuto ha tinte fosche e nessun barlume di speranza, del resto non ho mai sopportato gli indoratori di pillole e il facile ottimismo, soprattutto se ingiustificato.

L’unica nota positiva sono i ringraziamenti soddisfatti dei miei clienti.

Sapere di aver fatto un buon lavoro mi riempie di orgoglio e non fa altro che confermarmi che per me non esiste altra via.

Chissà magari un giorno tradurrò il libro di una futura Rowling. Ma questo, forse, è chiedere troppo!

Buon anno a tutti.

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